mercoledì 17 aprile 2013

La disintegrazione della società

Senza ombra di dubbio stiamo assistendo ormai da diversi anni ad un fenomeno inquietante quando irrefreneabile: la progressiva disintegrazione della società.
Senza voler tirare in ballo tesi complottistiche o visioni apocalittiche, sarà sufficiente rilevare, obbiettivamente, i tratti fondamentali di quella che è, nei tempi attuali, una tendenza sempre più marcata.
Integrazione è uno dei vocaboli più pronunciati nel lessico ordinario e dai mezzi di comunicazione di massa, ma a ben vedere, la società viene incanalata nel senso diametralmente opposto.
La dis-integrazione comincia dal nucleo elementare di questa nostra società: la famiglia; si estende all'ambito territoriale più immediato; dilaga in quello dalla appartenenza etnica, distrugge quello nazionale; ridicolizza e snatura quello del credo religioso; mina le basi dello stesso consorzio umano.
Ma come si articolano queste disintegrazioni ?

La prima e più importante ai fini del controllo dell'individuo e della società è quella familiare.
La proposta di modelli "alternativi" di famiglia (allargata, omosessuale, di fatto, etc.), non è altro che un diversivo, un espediente, per diminuire nell' immaginario collettivo l' importanza fondamentale di questo "mattoncino" che  unito a tanti altri e alla malta che li tiene insieme, costruisce il solido istituto della Nazione.
Le altre forme di micro-relazione umana, sono tutte legittime e da salvaguardare, ma non sono la famiglia. Le si possono affiancare ma non possono sostituirla in nessun modo. C'è un legame di sangue, oltre che di vicinanza, tra i familiari. Non basta essere vicini di casa, o vivere anche nello stesso appartamento, per essere una famiglia.
E il legame di sangue persiste, anche se si vive distanti e disgiunti: non dipende dallo spazio e dal tempo.
Nel caso virtuoso e ammirabile dell' adozione di figli, è il NOME che fa le veci del sangue, perchè ne è la manifestazione verbale, in luogo del quale si pronunciano promesse che implicano comportamenti ed impegni da veri consanguinei.

L'ambito territoriale più immediato è sottoposto ad un altra forma di attacco disgregante: la virtualità.
Sradicare l' individuo dal territorio e proiettarlo altrove, o col corpo o con la mente, è il modo più sicuro per renderlo incapace di interagire concretamente col mondo circostante.
Non importa se emigra in altri luoghi inseguendo miraggi e fuggendo da crisi indotte; oppure se scambia le sue amicizie di quartiere con quelle del social-network di turno: l'importante è che non sia, con mente e corpo, qui e adesso.
I partiti politici e le mafie di tutti i dialetti ben conoscono questa "legge del territorio" e basano su di essa il proprio perverso potere.
L'alienazione davanti alla TV o al dispositivo tecnologico di turno (PC, smartphone, tablet, etc.) è un violento colpo alla stabilità dell' individuo, al suo rapporto con la realtà. L'illusione di essere altrove allontana la possibilità di operare qui e ora.
Forzare l'abbandono della propria terra, del proprio luogo d' origine, è un ulteriore affondo a quella stabilità psico-fisica individuale, e rende le persone più facilmente oggetto di controllo e trattativa sociale.

Sulla etnia si è detto moltissimo e quasi tutto a detrimento e demonizzazione di questa innegabile appartenenza di ogni essere umano.
Si deve alla sottocultura di matrice socialista (che sia nazional-socialista o internazional-socialista poco importa) l' esasperazione della appartenenza etnica e la varie aberranti dottrine delle razze che ne conseguono.
La definizione "sottocultura" non allude al fatto che possa esistere anche una "sopracultura" delle stessa matrice, ma semplicemente che questa forma di pensiero deviato non può in nessuno modo essere annoverato tra le culture. Semmai tra le inculture.
La sua sindrome da comparazione (superiore, inferiore, uguale) che si è rivelata essere una vera e propria patologia collettiva, ha generato le peggiori ideologie, rivoluzioni, distruzioni che il mondo nei suoi lunghi e luminosi millenni, abbia mai conosciuto.
Piuttosto che addizionare i valori di individui o collettività diverse che si incontrano, e magari adempiere il mandato divino: crescete e moltiplicatevi, come farebbero tutte le buone filosofie, questa dottrina tende a sottrarre l'uno all'altro dopo una inutile comparazione (quale che sia il risultato), con la conseguenza non trascurabile della divisione tra le persone e le genti, i sessi e le religioni.
Questo simbolismo comparativo-aritmetico dovrebbe rendere più chiaro il lavoro veramente anti-umano e anti-sociale che queste dottrine attuano.
Non esistono razze superiori o inferiori, e non c'è nemmeno la pretesa uguaglianza dei popoli: c'è solo la meravigiosa e costruttiva diversità degli individui, delle razze e delle culture, che in armoniosa somma, moltiplica le facoltà del consorzio umano.

La distruzione delle nazioni avviene in maniera simile a quella etnica, con la differenza che mentre nelle razze viene accentuata una "diversità da superare", un "pregiudizio da abbattere", tramite l'imbastardimento; per le nazioni si afferma un principio di inutilità e di obsolescenza, dettato dal trascorrere del tempo e dalla conclusione di una non ben definita fase storica.
Ma le nazioni non si basano sul tempo o sui confini geografici, bensì sulla unità linguistica ed etnica, cioè sulla capacità vera e immediata di trasmettersi: concetti, emozioni, sensazioni, verità; attraverso il condiviso dono della parola comune, appresa nelle proprie case da quando si è infanti.
Non è un caso che, fallito il velleitario tentativo dell' esperanto, si sia ricorsi all' inglese come lingua franca: la più elementare, grammaticalmente e sintatticamente, la più inadatta ad esprimere principi spirituali e psichici data la genericità dei suoi vocaboli, la più lontana dalle altezze delle lingue antiche quali il sanscrito, il greco, il latino, capaci di educare oltre che la favella anche l'anima umana. Inoltre non è da trascurare il fatto che in inglese, i suoni vocalici si scrivano in un modo e si pronuncino in un altro: ulteriore segno di confusione e alterazione della comunicazione.

Per la religione, che per sua natura e definizione, dovrebbe unire tutti gli esseri, ogni popolo con la propria forma specifica, in un unica grande famiglia di Dio, è stato fatto un lavoro raffinato e terribile.
Nella mente dei più dotati è stato inserito il dubbio che si tratti di una fandonia; in quella dei meno: l' ostilità verso le forme diverse dalla propria.
Parlare di "Dei falsi" è stato uno sciocco espediente di una certa forma religiosa per prevalere sulle altre; forma che ha poi per prima aperto le porte ad una aberrazione dello spirito ormai dilagante: l' ateismo.
La "guerra di religione" inoltre, invenzione antica per coprire una sempre nuova brama di potere, è una contraddizione in termini: la vera religione professa sempre pace e armonia; e quando vengono usate metafore guerriere è sempre e soltanto nei confronti: dell' errore, del peccato, del male, del maligno, dell' ignoranza; mai nei confronti del prossimo o del remoto.
Dai monoteismi più intransigenti, alle forme meditative estremo-orientali, ai politeismi ritenuti a torto "primitivi" o "sorpassati", ovunque è pace e amore.
Ogni altra intromissione è carnalità, necessità sociale, materialismo cruento.

Per il consorzio umano infine il lavoro di disgregazione è stato capillare e definitivo.
L' appartenenza al genere umano è solo una espressione letteraria, usata e abusata su giornali e simili, ma completamente sconosciuta agli individui.
Il modello individuale più in voga è quello del: single, consumatore, apolide,  apolitico, ateo: quanto di più lontano dall' integrità e dall' integrazione con l'altro e col mondo.
Single: perchè l'egoismo regna sovrano, e l'attenzione è solo per la forma fisica, il salutismo, la moda, la seduzione (con successivo abbandono); la fedeltà è considerata un disvalore e il tradimento una "scelta che paga", sbandierata anche dalle offerte promozionali della spietata concorrenza commerciale.
Consumatore: nel senso di puro convertitore di merci  in scorie. Niente attenzione agli sprechi, all' ambiente, alla non rinnovabilità delle fonti. Una macchina da spesa, capace solo di convertire i prodotti delle varie industrie in pattume da smaltire con sempre crescente difficoltà.
Apolide: senza patria nel cuore, senza una terra sotto i piedi: migrante, migrato, o in procinto di migrare; oppure col frenetico desiderio di viaggiare, fuggendo e cercando non si sa bene cosa; disprezzando ciò che è proprio ed esaltando un' utopia che non si avvererà mai.
Apolitico, nel senso che è disinteressato e anche disgustato dalle cose della polis, in modo da lasciare ad altri la gestione del potere e del valore, va a votare e tanto basta.
Ateo: privandosi di un attributo specifico dell' essere umano completo e condannandosi ad una sorta di "sterilizzazione" spirituale, si convince che l'esistenza è una pura carnalità, e che l'invisibile non esiste.
Una sorta di autoevirazione nello spirito, che non può che avere un risultato: il ripudio della realta alla quale non può più accedere per mancanza di mezzi.

Questa è la disintegrazione che stiamo affrontando, nei suoi diversi aspetti, dal particolare all' universale, dal privato al pubblico.
Non c'è modo di fermare questo processo degenerativo senza smascherarne gli artefici nascosti.
Ma la prima arte di questi occulti persuasori e proprio quella di convincere che nessuno persuade e che non esistono avversari.
Prendendo in prestito una frase da un passato remoto, si potrebbe concludere così: la più grande vittoria del Diavolo è avvenuta quando ha convinto il mondo, che il diavolo non esiste.

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