mercoledì 8 ottobre 2014

La nobiltà

In tempi come questi, dove i neologismi abbondano, molto spesso senza troppo significato, ci troviamo qualche volta di fronte a una parola bislacca che ricorre nei programmi televisivi o si legge sulla sempre meno diffusa carta stampata: questa parola è "meritocrazia".
Curioso connubio di greco e latino-italiano, vorrebbe alludere alla delega del potere a qualcuno che lo può reclamare a giusto titolo a causa di azioni riconosciute che lo rendono degno di tale incarico, appunto: meritevole.
Ma non esiste già, nell' inveterato (e forse consunto) lessico politico, un altro termine, ben più forte e comprensibile dello sbiadito "meritocratico" ?
Non abbiamo già una parola, benché maledetta dalla storia (ma soprattutto dai suoi sapienti redattori), che rende ancor di più il senso del perché questo individuo o quel gruppo, possa detenere il potere?
Evidentemente no; è stata obliata, dimenticata, seppellita; salvo riesumarla in senso dispregiativo e denigratorio, quando si vuol dare del buono a nulla, sfruttatore del popolo, sciocco e vanesio, incapace etc. a qualcuno.

Questa parola, che suscita indignazione al solo pronunciarla e induce immediatamente un sottile prurito nei glutei di tutti gli autentici democratici di questo pianeta è: aristocrazia.
Già: il governo dei migliori.
A questo conduce l'etimologia, completamente greca di questa sorta di bestemmia laica, impronunciabile, condannata del nuovo sacerdozio moderno dei comunicatori di massa.
Ma non sono forse le azioni che rendono un individuo meritevole e quindi migliore ?
E non si usa definire ancora oggi "nobile" il gesto altruistico, disinteressato, giusto, puro, retto ?
E di conseguenza non si chiamano forse "ignobili" (il contrario) le azioni che da questo principio si discostano, ossia le azioni egoistiche, interessate, ingiuste, contaminate, corrotte ?

Un semplice esercizio di grammatica, ormai.
La storia ha condannato senza appello, chi ha usurpato titoli e privilegi legando questo status, che si ottiene solo con le azioni, ad una ereditarietà senza senso.
Giustamente chi non dimostra la propria nobiltà con la propria vita, non ha diritto a definirsi aristocratico e quindi non può esercitare il potere di decidere e scegliere, per sé e per altri che a questo ufficio lo delegano.

Ma come si è giunti a tutto questo?
Attraverso un processo, lento ma inesorabile, di divisione, tra il "migliore" e il suo popolo, e di degenerazione dell' educazione dei migliori.
Il nobile non è "altro" rispetto alla sua gente; è soltanto uno che si distingue per rettitudine.
E in virtù di questa rettitudine, il popolo lo ama e gli tributa fiducia e ammirazione.
Per questo ha il diritto di governare e il dovere di essere al servizio di chi lo riconosce capo.
Il nobile è dimentico di sé stesso e completamente al servizio degli altri: per questo può comandare e deve essere ascoltato ed obbedito.

Come siamo arrivati ad essere invece guidati da individui abbietti , meschini, ladri e quanto di peggio si può dire di un essere umano ?
Forse facendo accedere ai posti di responsabilità e decisione, persone non degne di questi uffici?
Forse utilizzando un sistema elettivo che si basa sull' interesse (di parte), sul tornaconto di chi elegge, sull'odio e sulla lotta di classe, sulla depredazione indiscriminata, senza tutela, senza salvaguardia, senza rispetto, senza onore ?
Forse.
O forse perchè in questo disgraziato mondo, di nobili veri non ne nascono quasi più;  e quelli che per caso dovessero nascere, verrebbero ben presto dirottati verso altri lidi che non siano quelli della verità, della libertà, della giustizia, della misericordia.
Già, la misericordia: il cuore verso i miseri.
Dottrine sociali, false e bugiarde di diverse matrici, sbandierano a scopo puramente elettorale la propria attenzione ai miseri, lasciando poi, di fatto, i miseri sempre più miseri. Questo perchè, scomparsi loro, i miseri, come potrebbero giustificare allora la propria esistenza, certe organizzazioni?
Chi ha a cuore veramente la sorte di un povero, auspica ed opera affinché quell' individuo, povero non lo sia più.
Non lo mantiene in stato di necessità, per essere, a sua volta, necessario.

Ma ricchezza e povertà, in definitiva, non sono il vero discrimine dell'umanità, semmai di una certa capacità di accumulare o dilapidare denaro, diventato ormai il chiodo fisso (che spiegherebbe tutto e sempre), di questo disgraziato brandello della storia umana.
Patrizi e plebei, senato e popolo, governanti e governati, impiegati e artigiani, operai e contadini, donne e uomini, genitori e figli, hanno e avranno sempre un discrimine trasversale che li investe tutti, nessuno escluso: la rettitudine.

E "nobile" è, da sempre, la definizione dell' individuo che tutti o quasi, vorremmo e dovremmo essere.
Oggi, purtroppo, non è più così.
Ma la storia, per fortuna è ciclica, come dotti personaggi ci hanno ampiamente dimostrato; e allora non resta che attendere, magari in una prossima vita, che la nobiltà torni ad essere la fiaccola che dia luce imperitura a questo nostro meraviglioso angolo di universo.